Udito e memoria: cosa dice la ricerca

Mi capita spesso. Una signora si siede nel mio studio e, prima ancora di parlare dell’udito, mi dice: «Dottore, mi sto dimenticando le cose. Non è che sto perdendo la testa?». A volte accanto c’è un figlio, preoccupato quanto lei.

È una paura comprensibile. Negli ultimi anni si è parlato molto del legame tra udito e memoria. Alcune notizie sono corrette, altre esagerate. In questo articolo ti racconto, con parole semplici, cosa dicono davvero gli studi più importanti. E anche cosa non dicono.

Perché udito e cervello sono così legati

L’orecchio raccoglie i suoni, ma è il cervello che li trasforma in parole e significati. Se vuoi approfondire, ne ho parlato in Come funziona davvero l’udito.

Quando l’udito cala, al cervello arrivano segnali più deboli e incompleti. Lui deve fare uno sforzo in più per indovinare le parole che mancano. Per questo tante persone mi dicono: «Sento, ma non capisco». È proprio il tema di questo articolo.

I ricercatori hanno proposto alcune spiegazioni possibili per il legame con la memoria. Sono ipotesi, cioè idee ancora da confermare del tutto:

  • Fatica d’ascolto: se il cervello spende molte energie per capire, ne restano meno per ricordare.
  • Meno stimoli: chi sente poco riceve meno suoni e meno conversazioni. Il cervello viene “allenato” di meno.
  • Isolamento: chi fatica a seguire i discorsi tende a uscire meno, a evitare le cene, a stare zitto. Solitudine e umore basso pesano anche sulla mente.

Cosa dice la commissione di The Lancet

The Lancet è una delle riviste mediche più autorevoli al mondo. Da alcuni anni un gruppo di esperti internazionali, guidato dalla professoressa Gill Livingston, raccoglie tutti gli studi sulla demenza. La demenza è un calo stabile della memoria e delle altre capacità mentali, così forte da rendere difficile la vita di tutti i giorni.

Il rapporto del 2020

Secondo la commissione della rivista The Lancet, 2020, esistono 12 fattori di rischio “modificabili”, cioè su cui si può agire. Insieme spiegano circa il 40% dei casi di demenza nel mondo. Tra questi, la perdita dell’udito nella mezza età era il fattore con il peso maggiore: circa l’8% dei casi.

L’aggiornamento del 2024

Secondo la commissione della rivista The Lancet, 2024, i fattori modificabili sono diventati 14 e insieme spiegano il 45% dei casi di demenza. In altre parole, quasi la metà dei casi potrebbe in teoria essere prevenuta o ritardata. La perdita dell’udito resta in cima alla lista, al pari del colesterolo LDL alto: per ciascuno dei due la stima è del 7% dei casi.

Gli autori scrivono anche che le prove sul fatto che curare l’udito riduca il rischio sono più forti rispetto al 2020. E che gli apparecchi acustici sembrano particolarmente utili nelle persone che hanno anche altri fattori di rischio.

Fai attenzione a una parola: “in teoria”. Quelle percentuali sono stime statistiche sulla popolazione. Non dicono cosa succederà a te o a tuo padre.

Lo studio ACHIEVE: il primo esperimento vero

Gli studi della commissione si basano soprattutto su osservazioni: si seguono migliaia di persone nel tempo e si guarda chi si ammala. Ma per capire se curare l’udito aiuta davvero, serve un esperimento.

Lo studio ACHIEVE, pubblicato su The Lancet nel 2023 (Lin e colleghi), è stato proprio questo. Ha coinvolto 977 persone tra 70 e 84 anni, negli Stati Uniti, con un calo d’udito mai curato e senza problemi importanti di memoria. Sono state divise a sorte in due gruppi:

  • un gruppo ha ricevuto consulenza da specialisti dell’udito e apparecchi acustici;
  • l’altro gruppo ha ricevuto incontri di educazione alla salute (alimentazione, prevenzione, stile di vita).

Poi sono stati seguiti per 3 anni, con test completi su memoria e ragionamento.

Il risultato, detto onestamente

Nel gruppo complessivo non c’è stata nessuna differenza significativa: il declino delle capacità mentali in 3 anni è stato praticamente uguale nei due gruppi. Questo va detto chiaramente.

C’è però un dettaglio importante. Una parte dei partecipanti veniva da un altro studio di lunga durata sulla salute del cuore (lo studio ARIC). Queste persone erano più anziane, avevano più fattori di rischio e partivano da punteggi più bassi nei test. In questo sottogruppo, a rischio più alto, chi aveva ricevuto gli apparecchi ha avuto un calo delle capacità mentali più lento del 48% in 3 anni rispetto agli altri.

Gli autori stessi concludono che curare l’udito potrebbe rallentare il declino nelle persone anziane a rischio più alto, ma non in quelle a rischio basso. Servono altri studi per confermarlo.

Associazione e causa: la differenza che conta

Questo è il punto più importante di tutto l’articolo, quindi lo spiego con un esempio.

D’estate si vendono più gelati e ci sono più scottature. Le due cose vanno insieme: è un’associazione. Ma non è il gelato a scottare la pelle. È il sole che causa entrambe.

Lo stesso vale per udito e memoria. Sappiamo con sicurezza che le due cose spesso vanno insieme. Non sappiamo ancora con certezza quanto il calo dell’udito sia la causa del calo della memoria. La commissione del 2024 lo scrive apertamente: alcune associazioni potrebbero essere solo in parte causali.

Per questo io non ti dirò mai che un apparecchio acustico “previene la demenza”. Non sarebbe vero. Quello che posso dirti, secondo gli studi, è che curare l’udito è una delle cose ragionevoli da fare per il cervello, insieme al movimento, alla pressione sotto controllo e a una vita sociale attiva.

Cosa puoi fare, in pratica

In Italia il problema è molto diffuso. Secondo il Censis (2019), circa 7 milioni di italiani hanno problemi di udito, il 12,1% della popolazione. Trovi i dettagli nella pagina sui dati Censis.

Ecco i passi che consiglio a chi viene da me:

  • Fai controllare l’udito, anche se ti sembra di sentire “abbastanza”. Il calo arriva piano e spesso se ne accorgono prima i familiari.
  • Non aspettare anni. Ci si abitua a sentire meno quasi senza accorgersene, e intanto si rinuncia a conversazioni e occasioni.
  • Se serve un apparecchio, usalo davvero, ogni giorno. Un apparecchio nel cassetto non aiuta nessuno.
  • Resta in mezzo alla gente. Conversazioni, amici, nipoti: sono un’ottima “palestra” per la mente.
  • Se la memoria ti preoccupa, parlane con il medico. Un buon udito non sostituisce una valutazione medica.

Domande frequenti

Se metto l’apparecchio acustico, eviterò la demenza?

No, nessuno può prometterlo. Gli studi dicono che la perdita dell’udito è un fattore di rischio su cui si può agire, e che curarla sembra utile soprattutto nelle persone a rischio più alto. È una cosa ragionevole da fare, non una garanzia.

Dimentico le cose: è colpa dell’udito?

Può contribuire, ma non è detto. A volte non si “dimentica”: semplicemente non si è sentito bene fin dall’inizio. Altre volte le cause sono diverse. Un controllo dell’udito aiuta a fare chiarezza, e se il dubbio resta è giusto parlarne con il medico di famiglia.

A che età conviene controllare l’udito?

Secondo la commissione di The Lancet il peso maggiore del calo uditivo sul rischio riguarda la mezza età, cioè dai 45-65 anni in su. Un controllo è utile appena ti accorgi di alzare il volume della TV o di far ripetere le frasi, a qualsiasi età.

Fonti

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Dr. Ronni Bottazzi, audiospecialista, Studio Udire Mantova

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