
“Sentire poco è da vecchi”: è una delle frasi che ascolto più spesso in studio. A volte la dice un paziente di 45 anni per non ammettere di avere un problema, a volte una persona di 75 anni per giustificarlo: “alla mia età è normale”. In entrambi i casi è un’idea che fa danni, perché spinge a rimandare. Vediamo cosa dicono i dati e cosa vedo ogni giorno.
I numeri: il calo dell’udito riguarda tutte le età
Secondo lo studio Censis “Il valore sociale dell’audioprotesi” (2019), basato anche sulle stime dell’Associazione Italiana Ricerca Sordità (AIRS), in Italia circa 7 milioni di persone hanno problemi di udito, il 12,1% della popolazione. Con l’età la percentuale cresce:
- circa il 10% tra i 13 e i 45 anni;
- il 25% tra i 61 e gli 80 anni;
- fino al 50% sopra gli 80 anni.
Quindi è vero che con gli anni il problema è più frequente. Ma un italiano su dieci tra i 13 e i 45 anni ha già difficoltà: non si tratta “solo di anziani”. E la fascia che cresce più in fretta è quella tra i 46 e i 60 anni, cioè persone che lavorano, spesso esposte a rumore. Non a caso, i danni all’udito sono la terza voce tra le malattie professionali riconosciute in Italia. Qui trovi tutti i dati della ricerca Censis.

Perché l’età conta, ma non decide tutto
Con gli anni le cellule dell’orecchio interno invecchiano: si chiama presbiacusia e di solito colpisce prima i suoni acuti. Le prime parole a “sparire” sono quelle con le consonanti più sottili, e la frase tipica diventa: “sento, ma non capisco”.
Ma l’età è un fattore di predisposizione, non una condanna. L’udito si consuma soprattutto per accumulo: rumore, otiti, alcuni farmaci, malattie, traumi. Se lavori vent’anni vicino a macchinari rumorosi senza protezioni, che tu abbia 40 anni o 80 l’orecchio ne porterà i segni. In tanti anni di lavoro ho visto trentenni con un udito molto compromesso e novantenni che sentono benissimo. Qui trovi le principali cause di sordità.
Il vero problema è il pregiudizio
Per motivi culturali associamo l’apparecchio acustico alla vecchiaia. Questo porta molti a negare il problema per anni: “sono gli altri che parlano male”, “basta che alzino la voce”, “è normale alla mia età”. Così, ancora secondo il Censis, circa 7 persone su 10 con un problema di udito in Italia non usano alcun apparecchio.
Il calo dell’udito è semplicemente una condizione di salute, come la vista che cala. Nessuno pensa che gli occhiali siano “da vecchi”. E chi ti fa notare che non senti bene lo fa perché ti vuole bene, non per prenderti in giro.
Perché aspettare è un rischio, a qualsiasi età
Si sente con le orecchie, ma si capisce con il cervello. Quando l’udito cala da tempo, il cervello si “disabitua” ad associare i suoni alle parole: anche alzando il volume, le frasi restano confuse. Più si aspetta, più il recupero diventa lento.
Ci sono poi le conseguenze sulla vita di tutti i giorni: fatica a seguire i discorsi, imbarazzo, voglia di evitare cene e riunioni. Questo isolamento, nel tempo, è uno dei motivi per cui il calo dell’udito non trattato è considerato un fattore di rischio per il declino cognitivo e la demenza.
I segnali da non ignorare
- chiedi spesso di ripetere;
- alzi il volume della TV più degli altri;
- al ristorante o in gruppo fai fatica a seguire;
- al telefono capisci meno di prima;
- senti fischi o ronzii nelle orecchie;
- a fine giornata sei stanco dopo aver “ascoltato” tanto.
Se ti riconosci in almeno un punto, a qualsiasi età, conviene fare un controllo. Puoi iniziare con il nostro test di autovalutazione dell’udito: 5 domande, un minuto.
Cosa fare
La prima cosa è un test dell’udito completo, non un “bip” di pochi minuti. Non sempre serve un apparecchio: nei casi più lievi, se il quadro lo permette, si può lavorare per migliorare l’udito in modo naturale. Quando invece l’apparecchio serve, intervenire presto rende l’adattamento più facile e i risultati migliori. Se vuoi capire cosa controllare prima di scegliere, leggi come scegliere un apparecchio acustico.
Allo Studio Udire, a Mantova dal 1982, la prima consulenza è gratuita. Chiamaci allo 0376 321304 o fissa un appuntamento: meglio un controllo in più quando non serviva che uno in meno quando serviva.
Dr. Ronni Bottazzi, audiospecialista, Studio Udire Mantova

